sabato 26 gennaio 2013

"La Padania e le grandi regioni”. 37 anni dopo, le parole del professor Miglio attuali come non mai

Pubblichiamo un articolo apparso su “Il Corriere della Sera” del 28 dicembre 1975 a firma del professor Miglio dal titolo “La Padania e le grandi regioni”
Il presidente della Regione Lombardia in una intervista concessa al settimanale Il Mondo, mi ha recentemente chiamato in causa a proposito dell’idea di una “Padania” politico-amministrativa. È
sostanzialmente vero che io pensi a questa prospettiva, e da molto tempo: dagli anni della esistenza e dall’immediato secondo dopo-guerra, quando mi interessavo al movimento federalista “esterno” che si esprimeva nel foglio Il Cisalpino. Ma ciò che già allora mi differenziava da quegli amici - e che mi distingue ora da eventuali compagni di strada - è un divario fondamentale di atteggiamento: io non mi preoccupo affatto di sapere se tale soluzione del “caso italiano” si debba o non si debba realizzare, se cioè sia giusta, bella, buona, e magari “progressiva”: penso soltanto che sia inevitabile.
 Nel senso che, se qualcuno vorrà governare questo Paese, non potrà mai farlo seriamente senza riconoscere che esso non fu mai né sarà mai - per una folla di ragioni - uno “Stato” unitario. Se in certi momenti l’amministrazione “nazionale” è sembrata funzionare, ciò è accaduto perché alcune parti del Paese erano politicamente “in letargo” e nelle altre le forze economico-sociali si autoregolavano, dando luogo - inconsapevolmente e quindi anche casualmente - ad un equilibrio la cui stabilità sarebbe entrata in crisi non appena fossero diventati necessari interventi eteroregolanti. Negli anni Cinquanta e nella prima metà dei Sessanta, con una parte dei miei allievi, promossi e condussi una serie di ricerche nel campo della storia delle istituzioni, e sopra tutto della storia amministrativa italiana (ricerche a cui contribuirono poi studiosi di ogni scuola: per esempio anche i Ragionieri) dalle quali fra le molte altre uscirono dimostrate tre cose:1) che le differenze “ereditarie” (e quindi non riducibili) - geoclimatiche, economico-sociali, istituzionali eccetera - fra le diverse grandi regioni della penisola, erano molto maggiori di quelle su cui si basava la separazione fra i principali Stati europei;
2) che la gestione unitaria dello Stato italiano era sempre consistita in un equivoco: cioè in un complesso di norme ed istituti solo formalmente “nazionali”, ma in realtà interpretati ed applicati, in ognuna di quelle grandi-regioni, in modi e misure tanto diversi da togliere ogni valore alla apparente omogeneità;
3) che le “Regioni” del Titolo V della Costituzione erano unità amministrative la cui dimensione corrispondeva tutt’al più alle esigenze dello Stato ottocentesco: tant’è vero che erano state “inventate” dai tecnici di governo liberali, specialmente piemontesi, tra il 1859 e il 1865: nel 1948 erano già largamente anacronistiche.
Queste conclusioni furono generalmente accettate dagli specialisti: ma nessuna forza politica si curò di trarre le conseguenze che ne derivavano sul piano operativo. Sennonché nel frattempo, sempre sulla stessa linea di considerazioni, sono venute a galla due altre “verità” con le quali sarà davvero difficile evitare di fare i conti.
La prima riguarda il livello di “degrado” dell’amministrazione pubblica centrale italiana: per chi s’intenda un po’ di questi problemi è ormai chiaro che qui da un pezzo è stato ormai superato il punto del “non ritorno”.
Nessuno - neppure la frazione più seriamente autoritaria dell’attuale classe politica italiana, e cioè i comunisti - riuscirà a restituire credibilità ed efficienza all’apparato amministrativo centrale di questo Paese.
Tale apparato potrà sopravvivere soltanto se (a parte la politica estera e la connessa difesa) abbandonerà ogni illusione di poter gestire il governo-amministrazione in senso stretto, e si limiterà ad assumere (e a svolgere realmente) funzioni di coordinamento e di direzione.
L’impossibilità di restaurare l’antico modello di governo centrale dipende anche, e in misura essenziale, dalla seconda “verità” emergente: l’aumento accelerato dei servizi e delle prestazioni pubbliche, il continuo accrescersi dei rapporti fra i singoli e fra i gruppi, l’incessante differenziarsi delle esigenze e delle situazioni, rendono sempre più difficile anche alle più efficienti compagini statuali, continuare a gestire “direttamente” il potere, nelle sue diverse manifestazioni. Questo mutamento sfocia nella contemporanea ricerca di una “minore” dimensione ottimale su cui reimpiantare i ruoli tradizionali dello Stato, e di un tipo di funzione coordinatrice (da attribuire a livelli superiori, compreso quello dell’ex-Stato) rispetto al quale il vecchio modello “federale” appare solo un precedente storico.
Alla luce di tale sviluppo, se lo Stato italiano appare troppo grande per governare, la Regione è invece troppo piccola. Si dirà che i politici hanno ben altro da fare che ascoltare le diagnosi dei politologhi: ma io sono fermamente convinto che quando il gran polverone sollevato sul “caso italiano” si sarà diradato, si dovrà riconoscere che questo Paese è ingovernabile per le ragioni strutturali di cui mi sono occupato fin qui.
Contro questa prospettiva sono state sollevate, tra le altre, due principali obiezioni: una esplicita, l’altra meno. Comincio dalla prima. Si pensa che una aggregazione delle regioni padane (resa ovvia dalla omogeneità geo-politica ed economico-sociale) implichi un disinteresse, o addirittura una ostilità per il Meridione e per i suoi tuttora irrisolti problemi. Pensieri di questo genere avrebbero una parvenza di legittimità se la politica fino ad ora sviluppata a livello nazionale nel confronti degli abitanti del Sud italiano, fosse da questi ultimi giudicata complessivamente soddisfacente. Il che non è (come tutti sanno). In tali condizioni i “meridionalisti”, quando insorgono contro il progetto di aggregazione “padana”, hanno tutta l’aria di difendere non gli interessi dei loro rappresentati ad un autonomo sviluppo, ma soltanto le abitudini, i privilegi e le strutture clientelari in cui si è decomposta fin qui la così detta “politica per il Sud”.
Allora il ragionamento da fare è questo: non è forse praticamente più produttivo e formalmente più corretto, chiedere alle Regioni in cui il Meridione attualmente si disarticola di raggrupparsi stabilmente per definire prima e poi gestire, in modo finalmente davvero autonomo, le scelte relative al tipo di avvenire verso cui tendere, tutti insieme, classi dirigenti e popolazioni del Sud?
Considerata la pietosa esperienza dello Stato “nazionale-unitario” - cioè dell’ “ammucchiata”, che, lungi dal contrastare il tradizionale clientelismo, lo ha addirittura esteso al resto del Paese - l’unica esperienza alternativa da tentare è quella costituita dalla consapevole integrazione tra grandi aggregazioni geoeconomicamente omogenee: il Nord, il Centro, il Sud (più le due isole autonome).
E vengo alla seconda obiezione. Si dice: il presidente Fanti (Guido Fanti, allora governatore dell’Emilia Romagna, ndr) ha lanciato l’idea della “Padania” perché i comunisti controllano già - di fatto o in prospettiva - la maggioranza delle Regioni che in quel progetto dovrebbero essere implicate. Può darsi che sia così. Ma non credo affatto che una attesa di questo genere sia destinata a risolversi in un facile trionfo del “modello orientale”. Io sono convinto che l’“eurocomunismo” (cioè l’espansione verso ovest attraverso sostanziali modificazioni del tipo di assetto economico-politico in vigore all’Est) costituisca uno sviluppo inevitabile.
Ma credo anche che si tratterà di una trasformazione faticosa, tormentosa e pericolosa (per tutti: a cominciare dai comunisti): una trasformazione che troverà i suoi momenti decisivi proprio là dove estesi ceti medi, abituati ad un livello di vita continuamente crescente, sembrano pronti a difendere il controllo di una parte dei mezzi di produzione come un diritto originario e non ad accettarlo come una graziosa concessione del potere politico.
Una situazione sociale di questo genere si ha proprio nel “poligono padano”: non certo nel Sud, dove, se non s’aggrega presto una classe politica locale degna di questo nome e sopra tutto autonoma, l’instaurazione di un regime comunista del tipo bulgaro (tanto per fare un esempio), ad un certo punto, potrebbe non essere oggettivamente poi molto difficile. Certo, si tratta di rompere con venerate tradizioni sentimentali; ma io credo davvero che sia ora di pensar meno all’“Italia” (che è un’astrazione) e piuttosto invece agli “Italiani”, che sono una realtà concreta. Del resto nelle buone famiglie di una volta, quando le cose andavano male, che cosa si faceva? Il genitore “responsabilizzava” i figli mandandoli a cercare individualmente quella fortuna che, stando tutti in casa, non avevano saputo o potuto trovare.

“Il Corriere della Sera” - 28 dicembre 1975