martedì 10 giugno 2014

Scandali e burocrazia mettono in fuga i capitali stranieri. Investimenti dimezzati in 6 anni

Il Censis: in sei anni investimenti dimezzati, colpa di un «deficit di reputazione». L’Italia occupa il 65° posto nella graduatoria mondiale per fattori di attrattività.
L’ultimo bollettino di guerra sull’economia italiana arriva dal Censis e va a toccare un nervo scoperto, gli investimenti esteri, per un Paese che con la recente crisi dei debiti sovrani ha ricevuto un altro duro colpo  in termini di credibilità, oltre a scontare gli effetti di una doppia recessione. Sta di fatto che i capitali sono fuggiti verso lidi considerati più sicuri e nel 2013 rispetto al 2007 gli investimenti diretti esteri, pari a 12,4 miliardi, sono più che dimezzati (-58%).
I momenti peggiori secondo il Censis sono stati il 2008, l’anno della crisi finanziaria, in cui i  disinvestimenti hanno superato i nuovi investimenti stranieri, e il  2012, l’anno della crisi del debito pubblico. «La crisi ha colpito tutti i Paesi a economia avanzata, ma  l’Italia si distingue per la perdita di attrattività verso i capitali  stranieri. Nonostante sia ancora oggi la seconda potenza  manifatturiera d’Europa e la quinta nel mondo, il nostro Paese detiene solo l’1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il  2,8% della Spagna, il 3,1% della Germania, il 4,8% della Francia, il  5,8% del Regno Unito», sottolinea il Censis.   E prosegue: «La reputazione è oggi un fattore decisivo per  favorire la competitività di un Paese. Ma l’Italia ha un deficit  reputazionale accumulato negli anni a causa di corruzione diffusa,  scandali politici, pervasività della criminalità organizzata, lentezza della giustizia civile, farraginosità di leggi e regolamenti,  inefficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture carenti». 
Sono tutti fattori che fanno salire...
 lo spread tra i nostri “fondamentali” (il Made in Italy, le eccellenze manifatturiere, l’italian way of life, le grandi bellezze artistiche e paesaggistiche, scrive il Censis), che restano solidi, e il giudizio complessivo su di noi. L’Italia occupa il 65° posto nella graduatoria mondiale dei  fattori determinanti la capacità attrattiva di capitali per un Paese,  considerando le procedure, i tempi e i costi necessari per avviare  un’impresa, ottenere permessi edilizi, allacciare una utenza elettrica business o risolvere una controversia giudiziaria su un contratto.  Siamo ben lontani dalle prime posizioni di Singapore, Hong Kong e  Stati Uniti, ma anche da Regno Unito e Germania, posizionati  rispettivamente al 10° e al 21° posto.   «In tutta l’Europa solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca  presentano condizioni per fare impresa più sfavorevoli delle nostre.  Per ottenere tutti i permessi, le licenze e le concessioni di  costruzione, in Italia occorrono mediamente 233 giorni, 97 in  Germania. Per allacciarsi alla rete elettrica servono 124 giorni in Italia, 17 in Germania. Per risolvere una disputa relativa a un  contratto commerciale il sistema giudiziario italiano impiega in media 1.185 giorni, quello tedesco 394. Secondo la classifica del Reputation Institute di New York, che si basa su 42.000 interviste volte a  misurare fiducia, stima, ammirazione, interesse verso una cinquantina  di Paesi, nel 2013 l’Italia si colloca in 16ª posizione, ma abbiamo  perso 4 posizioni rispetto al 2009, quando eravamo al 12° posto».   
L'Italia si posiziona in alto per quanto concerne indicatori  come lo stile di vita, ma non primeggia per i fattori di sostegno allo sviluppo. «Ne discende il forte interesse per il nostro Paese nel  turismo e per l’acquisto di beni a elevata valenza simbolica, molto  meno come area di destinazione di investimenti».


La Padania, 07 Giugno 2014