lunedì 27 ottobre 2014

Trattato transatlantico, colpo mortale alla sovranità europea. Porte aperte all'omologazione alimentare, agli Ogm e al potere delle multinazionali sugli Stati

Trattato transatlantico, colpo mortale alla sovranità europea.

L'accordo di libero scambio Usa-Ue viene presentato come fattore di crescita. In realtà, spalancherebbe le porte all'omologazione alimentare, agli Ogm e al potere delle imprese sugli Stati.

I negoziati si svolgono in grande segreto, ma la Partnership transatlantica del commercio e degli investimenti (Ptci oppure Ttip, dall'espressione inglese) pare proprio stia entrando in dirittura d'arrivo. La Ptci è un colossale accordo di libero scambio, e non solo, fra gli Stati Uniti d'America e l'Europa. Una volta siglata, dovrà essere approvata dai Parlamenti dei Paesi membri dell'Ue e poi, in via definitiva, dal Parlamento europeo. Ma se ne parla pochissimo. 

E diciamolo subito, la cosa non fa meraviglia. Perché la Ptci, se andrà in porto, passerà sul cadavere della sovranità europea e in pratica metterà fine a molte specificità dei popoli del nostro Continente. I negoziatori - sia quelli americani che quelli europei - non vogliono che il pubblico se ne accorga e interferisca.
Secondo la Commissione europea, la Ptci ruota intorno alla creazione di un "mercato transatlantico libero da ostacoli" che permetterebbe di accelerare la crescita dell'economia dello 0,4% negli Stati Uniti e dello 0,5% in Europa, dove si creerebbero due milioni di posti di lavoro.
Fin qui la doratura della pillola, la cui esattezza è tutta da dimostrare. La pillola stessa però non contiene molto oro, anzi. Concretamente, attraverso la Ptci gli Stati Uniti cercano di raggiungere alcuni obiettivi che perseguono da tempo: il libero ingresso in Europa di cibi prodotti con organismi geneticamente modificati (Ogm), senza più nessun tipo di difesa del consumatore come l'obbligo di indicare in etichetta la presenza degli Ogm; l'abbandono della protezione indiretta dei prodotti alimentari tipici e la fine delle sovvenzioni europee alla cultura nazionale; infine, e più pericolosa di tutti, l'introduzione della possibilità per le imprese che si ritenessero danneggiate dalle regolazioni nazionali di costringere gli Stati a sottomettersi a un arbitrato.
In Europa le produzioni alimentari sono tutelate da un sistema di denominazioni d'origine che riflette la ricchezza e varietà delle tradizioni europee. Agli occhi degli americani, questa è solo una forma di protezione: beni identici (secondo loro) dovrebbero potersi vendere con lo stesso nome, cosa che oggi è proibita. Per esempio, una luganega o una finocchiona fiorentina prodotte a Milwaukee oggi non possono vendersi come luganega o finocchiona, ma solo sotto un'altra denominazione. 
Che ci sia un'analogia con il trattamento normativo....
 dei marchi (la San Pellegrino non può vendere Coca Cola) non impressiona i negoziatori americani, né li tranquillizza il fatto che il consumatore non è comunque obbligato a comprare bistecche di fassone al posto del manzo del Far West. L'unica cosa che rimarrebbe della tutela europea sarebbe un registro dei vini e dei superalcolici, non obbligatorio. Migliaia di anni di raffinamento delle specificità locali sarebbero allegramente buttati nel bathroom.
C'è di peggio: gli americani mettono in discussione anche tutta la protezione sanitaria. Il consumatore europeo non vuole Ogm nel suo piatto perché teme conseguenze sulla sua salute e non ritiene di doversi sottoporre a un tale rischio. L'ideologia americana, che di solito esalta la "sovranità del consumatore", in questo caso preferisce invece deridere i timori come forme di oscurantismo e premere perché sia tolta di mezzo ogni barriera, anche quella banalissima di dover indicare in etichetta la presenza di Ogm.
Allo stesso modo gli americani vogliono che l'Europa spalanchi le porte alla disinfezione della carne mediante sostanze chimiche (prima di tutto il cloro), ai trattamenti a base di ormone della crescita e alla somministrazione agli animali di antibiotici non terapeutici.
L'intera "eccezione culturale" poi è sotto attacco. Non è indifferente per un popolo "consumare" prodotti culturali che riflettano la sua tradizione o prodotti che ne sono del tutto staccati. Guardare film, assistere a spettacoli teatrali, sentire musica, leggere libri, vedere quadri o sculture sono tutte attività in cui vive l'anima di un popolo. Senza la possibilità di sovvenzionarli, fattori puramente economici determinerebbero la completa sparizione degli elementi culturali etnici a favore di una sbobba hollywood-nashvilliana che può non solo veicolare valori strettamente americani, ma anche una certa visione della storia. Nei new media, l'emergere di giganti americani come Google o Yahoo deve essere controbilanciato da aiuti nazionali. Non c'è alternativa.
In campo finanziario, gli Stati Uniti sono nello stesso tempo a favore di uno "spazio comune" e di una regolazione distinta. In altri termini, strumenti finanziari e servizi concepiti con una regolazione inferiore, che comporta una minore difesa dell'acquirente, sarebbero liberamente commerciabili al di qua dell'Atlantico. Il sistema americano, inoltre, è sistematicamente discriminatorio nei confronti dell'offerta europea, ma su questo Washington rifiuta ogni negoziato.
La Ptci inoltre non includerebbe nessuna modifica dell'attuale ordine monetario, che vede il dollaro al centro di tutto e dà alla Fed un ruolo di sovranità valutaria a livello mondiale. Senza una riforma in questo settore, il "campo da gioco" delle imprese non è veramente piano. Per "metterlo a bolla" occorrerebbe una riforma come quella delineata dalla Cina, che ha parlato di incardinare il sistema valutario sui "diritti speciali di prelievo" del Fondo monetario. Lo strumento monetario ha sulla competitività un effetto paragonabile a quello dei dazi doganali. Eppure su questo gli Stati Uniti non negoziano, perché non gli conviene.
Come non negoziano sulla protezione dei dati personali. In Europa la protezione è molto più efficace, negli Stati Uniti le regole sono lasche e il governo stesso non ha esitato a spiare le comunicazioni di tutto il mondo (vedi le rivelazioni di Edward Snowden). Non solo la privacy dei cittadini è a rischio, ma la possibilità di basare le proprie offerte su informazioni approfondite (lesive della libertà individuale, ma più complete) costituisce un vantaggio comparato che le imprese americane utilizzerebbero senza scrupoli.
Infine, bisogna respingere l'idea che un'impresa possa costringere uno Stato a comparire in un arbitrato quando si ritiene danneggiata da una decisione politica. Le elezioni si fanno apposta per prendere decisioni politiche; se possono essere cassate da un arbitro su richiesta di un privato, dove va a finire la democrazia? Già oggi una bella fetta della sovranità popolare è stata erosa, nel senso che esistono molti àmbiti dell'attività economica che vengono gestiti da autorità indipendenti e non elettive.
Per scongiurare un'eventuale opposizione dei popoli europei, gli americani hanno imposto che i documenti dei negoziati non siano resi pubblici. L'accesso è riservato a pochi funzionari e avviene in una sala di lettura sottoposta a particolari procedure di sicurezza, situata a Bruxelles.
Le delegazioni americane invece sono numerose (fino a 600 persone, molte delle quali in rappresentanza di imprese industriali) e non hanno problemi informativi. 
Evidentemente, è solo l'opinione pubblica europea che deve essere tenuta all'oscuro di quanto gli eurocrati e gli americani vanno combinando sopra la sua testa.



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